Da Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung
Autobiografia di Carl Gustav Jung
XII. Ultimi pensieri. All’intendimento della mia biografia le considerazioni di questo capitolo sono indispensabili, anche se al lettore potranno sembrare teoriche. Questa «teoria» è però una forma esistenziale che fa parte della mia vita, rappresenta per me una necessità come il mangiare e il bere.
I. Nel Cristianesimo è notevole il fatto che nella sua dogmatica anticipa un processo di trasformazione della divinità, una evoluzione storica verso l’«altra parte». Questo si determina nella forma del nuovo mito di un dissidio nei cieli, cui si allude per la prima volta nel mito della creazione, nel quale appare un antagonista del Creatore in forma di serpente, che induce l’uomo alla disobbedienza con la promessa di una accresciuta consapevolezza (scientes bonum et malum). La seconda allusione è quella alla caduta degli angeli, una prematura invasione del mondo umano da parte di contenuti inconsci. Gli angeli sono geni singolari. Sono esattamente ciò che sono e non potrebbero essere nulla di diverso: in sé esseri senz’anima che non rappresentano altro che pensieri e intuizioni del loro Signore. Gli angeli che cadono, dunque, sono esclusivamente «cattivi» angeli. Questi scatenano la ben nota conseguenza dell’«inflazione», che possiamo osservare anche oggigiorno nella megalomania dei dittatori: gli angeli generano con gli uomini una razza di giganti, che alla fine minaccia di divorare l’umanità stessa, come è scritto nel libro di Enoch. Il terzo e decisivo stadio del mito, comunque, è l’autorealizzazione di Dio in forma umana, in adempimento dell’idea del Vecchio Testamento delle nozze divine e delle sue conseguenze. Già nel cristianesimo primitivo l’idea dell’incarnazione era assurta alla concezione del «Christus in nobis». Così la totalità inconscia penetrò nel dominio psichico dell’esperienza interiore, e diede all’uomo un presagio della sua compiuta figura. Fu un evento decisivo, non solo per l’uomo, ma anche per il Creatore. Agli occhi di coloro che erano stati riscattati dall’oscurità si spogliò delle sue qualità oscure e divenne il Sumrnum Konum. Questo mito rimase vivo e immutato per un millennio, fino a che non cominciarono a manifestarsi i segni di un’ulteriore trasformazione della coscienza nel secolo XI. Da allora i sintomi d’inquietudine e del dubbio aumentarono, fino a che alla fine del secondo millennio cominciarono a delinearsi i tratti di una catastrofe universale, e cioè innanzi tutto di una minaccia per la coscienza. «Nulla è più grande dell’uomo e delle sue azioni.» La trascendenza del mito cristiano andò perduta, e con essa, la concezione cristiana della totalità raggiunta nell’altro mondo. Alla luce segue l’ombra, l’altro lato del Creatore. Questa evoluzione giunge al suo culmine nel secolo XX. Il mondo cristiano è ora veramente messo a confronto col principio del Male, con l’ingiustizia palese, la tirannia, la menzogna, la schiavitù, la coercizione della coscienza. Tale manifestazione del Male senza maschera ha assunto apparentemente una forma stabile nella nazione russa, ma la sua prima violenta eruzione si ebbe in Germania, e rivelò fino a qual punto il cristianesimo del secolo XX fosse stato svuotato del suo contenuto. Di fronte a ciò, il Male non può essere più oltre minimizzato con l’eufemismo della privatio boni. Il Male è diventato una realtà determinante. Non può essere più eliminato dal mondo con una semplice circonlocuzione; dobbiamo imparare a trattare con esso, perché esso vuole la sua parte nella vita. Come questo sia possibile senza terribili conseguenze, per il momento non è prevedibile. In ogni caso ci occorre un nuovo orientamento. Avendo a che fare col Male si corre il grave rischio di soggiacergli. Non dobbiamo perciò più soggiacere a nulla, nemmeno al bene. Un cosiddetto bene, al quale si soccombe, perde il carattere etico. Non che diventi cattivo in sé, ma è il fatto di esserne succubi che può avere cattive conseguenze. Ogni forma di intossicazione è un male, non importa se si tratti di alcool o morfina o idealismo. Dobbiamo guardarci dal considerare il male e il bene come due opposti. Il criterio dell’azione morale non può consistere più nella semplice concezione che il bene ha la forza di un imperativo categorico, e che il cosiddetto male può essere assolutamente evitato. Il riconoscimento della realtà del male necessariamente relativizza sia il bene che il male, tramutandoli entrambi nelle metà di un contrasto, i cui termini formano un tutto paradossale. Praticamente, ciò significa che il bene e il male perdono il loro carattere assoluto, e noi siamo costretti a riconoscere che ciascuno di essi rappresenta un giudizio. (…) Di regola, comunque, l’individuo è talmente inconscio che non conosce la sua capacità di decidere, e perciò va ansiosamente alla ricerca di regole e leggi esterne che possano sostenerlo nella sua perplessità. A parte la generale insufficienza umana, la responsabilità di ciò va anche all’educazione, che si fa banditrice di vecchi luoghi comuni, ma non parla dell’esperienza personale del singolo. Ci si adopera ad insegnare idealità che si sa che non potranno mai essere vissute pienamente, idealità che sono predicate – per dovere di ufficio – proprio da coloro che nella loro vita non le hanno mai messe, e mai le metteranno, in pratica! Tale situazione viene accettata senza discussione. Perciò, chi desideri avere una risposta al problema del male, così come si pone oggi, ha bisogno, per prima cosa, di conoscere se stesso, e cioè della maggiore conoscenza possibile della sua totalità. Deve conoscere senza reticenze quanto bene può fare, e di quale infamia è capace, guardandosi dal considerare reale il primo e illusoria la seconda. Entrambi sono veri in potenza ed egli non sfuggirà interamente ne all’uno ne all’altra, se vuole vivere – come naturalmente dovrebbe – senza mentire a se stesso e senza illudersi.
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(…) Il male oggi è divenuto una visibile grande potenza: metà dell’umanità si sostiene sulla base di una dottrina costruita dal raziocinio umano; l’altra metà deperisce per la mancanza di un mito commisurato alla situazione. I popoli cristiani sono giunti a un passo difficile; il loro cristianesimo sonnecchia e ha trascurato di sviluppare ulteriormente il suo mito, nel corso dei secoli. Coloro che hanno dato espressione all’oscura aspirazione a uno sviluppo del mito non furono ascoltati: Gioacchino da Fiore, Meister Eckhart, Jacob Boehme, e molti altri non sono considerati dalla massa degli oscurantisti. L’unico raggio di luce è Pio XII e il suo dogma. Ma, se lo dico, la gente non sa nemmeno a che cosa mi riferisco. Non si rende conto che un mito è morto se non vive e continua a svilupparsi. Il nostro mito è diventato muto, non risponde più. La colpa non sta in esso ma, come si legge nelle Sacre Scritture, unicamente in noi, che abbiamo sviluppato, anzi abbiamo represso ogni tentativo del genere. La versione originale del mito offre ampiamente spunti di partenza e possibilità di svolgimento. Per esempio, le parole messe in bocca a Cristo: «Siate pertanto astuti come serpenti, e semplici come colombe.» Per quale scopo gli uomini hanno bisogno dell’astuzia dei serpenti? E qual è il legame tra l’astuzia e l’innocenza della colomba? «Se non diventate come questi bambini…» Chi riflette su che cosa sono realmente i bambini? (…) (L’ uomo, ndr) ha la tendenza a riferire ogni cosa a se stesso, quando comincia a pensare in termini rozzamente psicologici, e crede che tutto derivi dalle sue intenzioni e da «lui stesso». Con infantile ingenuità presume di conoscere tutti i propri poteri e di sapere che cosa è «in sé». Pure fatalmente egli è messo in difficoltà dalla debolezza della sua coscienza e dalla corrispondente paura dell’inconscio, e pertanto è letteralmente incapace di distinguere ciò che egli ha pazientemente ricavato col ragionamento da ciò che spontaneamente gli è venuto da un’altra fonte. Non ha oggettività di fronte a se stesso e non è ancora capace di considerarsi come un fenomeno che si trova davanti e rispetto al quale «for better or worse» egli è identico. Da principio tutto gli è dato, tutto dipende da lui, tutto gli accade ed è solo con grande sforzo che alla fine riesce a conquistarsi e a mantenere una sfera di relativa libertà.
Solo quando si è assicurata tale conquista, solo allora, è in condizione di poter riconoscere che si trova di fronte alle sue fondamenta, ai suoi principi – involontari perché gli sono stati dati – che egli non può sopprimere. I suoi principi non sono semplicemente qualcosa che appartiene al passato, ma vivono in lui come il costante substrato della sua esistenza, plasmandone la coscienza almeno tanto quanto il mondo fisico che lo circonda.
Questa realtà – che affronta l’uomo dall’interno e dall’esterno, con forza soverchiante – è stata da lui compresa nell’idea della divinità, e ne ha descritto l’effetto con l’aiuto del mito, interpretando questo mito come il «Verbo di Dio», cioè come ispirazione e rivelazione dei numeri dell’«altra parte».


